Tommaso in

     
 

Partenza: aeroporto di Bologna 25 giugno 2002 volo Iberia, siamo in quattro, io (un piccolo veterano con già cinque viaggi sulle spalle: Azzorre, Turchia, Giordania, Cuba e Nepal), mia mamma, mio papà e Mattia il mio fratellone di 15 anni,
Arrivo a Managua lo stesso giorno alle 23.30 dopo circa 16 ore di volo e due scali

     
 

La temperatura è calda nonostante l’ora. In effetti questo periodo è la stagione delle piogge, con frequenti ma brevi acquazzoni specialmente di notte e una forte umidità dell’aria, comunque abbastanza tollerabile.
Dopo le procedure doganali piuttosto sbrigative e il pagamento di un “visto” di 10 dollari a testa, usciamo sul piazzale esterno e stranamente non veniamo assediati da un nugolo di tassisti vocianti come ci aspettavamo, ma solamente da qualche discreta richiesta; altri 10$ per il centro.

CLIMA GEN FEB MAR APR MAG GIU
Managua
Media C° 26 27 28 29 29 27
Piogge - mm 5/10 3/5 3/5 5/10 132 196
LUG AGO SET OTT NOV DIC Anno
 
26 27 26 28 25 26 26
145 150 211 200 53 10  
   

 

 

 

 

Percorriamo i tredici chilometri che ci separano dalla città guardando dai finestrini dell’auto i cartelloni pubblicitari dipinti a mano e i murales inneggianti al FLSN (partito sandinista) e al PLC (partito liberale ora al potere, grazie ai soliti Stati Uniti d,America); il tassista si ferma a un semaforo rosso ogni 5,

   

 

 

 

 

Ci facciamo portare all’hotel Jardin de Italia, nel quartiere centrale di Martha Quetzada perché è compreso nella scarna guida, l’unica in italiano, di cui siamo dotati e perché ci fa pensare a qualcosa di familiare… L’albergo, con la porta sprangata sembra chiuso,

   

 

 
 

ma dopo aver bussato più volte ci apre una signora con la quale contrattiamo il prezzo di 30 dollari per due stanze con bagno e ventilatore (e niente altro a parte i letti). Dopo un paio d’ore la prima difficoltà: il mio orologino biologico è saldamente regolato sull’ora di Roma (+8 ore) e non ho sonno, gli altri sono stremati dal viaggio per cui tocca a papà raccontare storie e leggere Topolino fino alla mia resa. (dopo 2 ore)

   

 

 

 

 

Alle sei e mezzo tutti di nuovo in piedi, nel piccolo giardino dell’hotel la prima bella sorpresa: un colibrì vola di fiore in fiore succhiando nettare col lungo becco, sospeso nell’aria battendo le ali a velocità supersonica.

   

 

 

 

 

E’ ancora presto per la colazione, così Dimo, un meticcio che fa il fattorino nell’albergo ci cede la sua tazza di caffè nero… il prezzo? Un’ora e mezzo di prediche e consigli sui modi di salvare la nostra anima e letture di salmi, il tutto in uno spagnolo per noi ancora ostico da capire appieno. Finalmente alle otto, ci accompagna in un comedor (ristorantino familiare con due o tre tavoli) facciamo un’abbondante colazione a base di caffè, latte e toast con burro e marmellata, declinando l’offerta del “gallo pinto” (pron.: gajopinto) cioè riso con fagioli neri, la locale tipica colazione mattutina. Paghiamo in dollari (due) ricevendo i primi cordobas.

 

 

 

 

Facciamo quindi un giretto nelle calles vicine e scopriamo così l'hotel Los Felipe, che sarà il nostro albergo preferito a Managua..
A prima vista sembra un hotel costoso, per cui entriamo titubanti già decisi a dare solo un'occhiata, ma sorprendentemente ci viene proposta una camera a tre letti, perfetta per noi, a soli 25 dollari,  c'è un bel parco-giardino con una rigogliosa flora tropicale, pappagalli e scoiattoli e perfino un pavone. Un servizio internet che ci permette di salutare a casa.

   

 

 

 

 

C’è addirittura una piccola piscina per cui in meno di dieci minuti ci siamo già trasferiti, ma le sorprese non sono ancora terminate: nell’hotel gira libero e tranquillo un ocelot di sei mesi delle dimensioni di un cane di media taglia; vorrei prenderlo in braccio come faccio con la gatta di casa, ma qualche ruggito sordo mi consiglia di lasciar perdere  Si chiama Danièl, (come Daniél Ortega, il capo del partito sandinista) ed è stato trovato orfano nei dintorni di Matagalpa.

   

 

 

 

 

A metà mattinata facciamo la prima uscita alla scoperta della capitale. Managua è una città di oltre un milione di abitanti, distrutta più volte da terremoti (l’ultimo molto forte nel 1972 con oltre 6000 vittime) priva quindi di un vero centro storico e ricresciuta disordinatamente senza un’anima. Si affaccia su un grande lago (lago di Managua) senza una spiaggia (l’acqua è così inquinata che un bagno sarebbe letale). Dall'alto l'acqua è ancora più sporca

   

 

 

 

 

Si può visitare ciò che rimane del centro in una mezza giornata, praticamente alcuni palazzi governativi futuribili e la vecchia Cattedrale semidistrutta dal sisma e chiusa. Noi riusciamo ad entrarvi per pochi minuti con un operaio il quale ci spiega che la ricostruzione richiederebbe uno stanziamento di 5 milioni di dollari, altamente improbabile in un paese col reddito pro capite di poche centinaia di dollari.

   

 

 

 

 

Vicino alla Cattedrale, in stile neoclassico, ci sono il Palacio Nacional, sede del Parlamento, il teatro Ruben Dario intitolato al maggior poeta nicaraguese morto alcolizzato e alcuni palazzi ministeriali con improbabili pareti a specchio o dorate, costruiti di recente. Completano il “centro storico” la piramide dell’hotel Intercontinental, punto di riferimento primario e il monumento a Cesar Augusto Sandino

   

 

 

 

 

Siamo quindi andati in banca per cambiare i primi cento dollari (1420 cordobas), in contanti ovviamente, in quanto i traveller cheques richiedono il pagamento di un’alta commissione e non sempre vengono accettati, le carte di credito, quando riconosciute sono anch’esse sottoposte a commissioni da rapina e l’euro poi….mai visto!

   

 

 

 

 

Entrare nelle banche può essere un’esperienza devastante, innanzitutto hanno il portone chiuso, bisogna oltrepassare un piccolo esercito di vigilantes con mitragliatori e fucili a pompa (che sono onnipresenti, davanti a qualsiasi ufficio, magazzino o negozio) e all’interno la temperatura dell’aria condizionata è talmente bassa rispetto alla calura esterna da essere quasi dolorosa…

 

 

 

 

 

 

Comunque scopriamo presto che se ne può tranquillamente fare a meno, vicino ai mercati ci sono i cambiavalute, cosiddetti coyotes, che a tutte le ore del giorno offrono cambi in linea con quelli ufficiali, si riconoscono perché hanno sempre in mano una grossa mazzetta di denaro che agitano in continuazione. Ma attenzione alle truffe

   

 

 

 

 

Dopo esserci “descanzados” seduti all’unico tavolino di un chiosco bevendo coca cola, cerchiamo di visitare un mercato, ma chiedendo informazioni sulla strada da percorrere, un gentilissimo vigilante ci dissuade in quanto il quartiere da attraversare era controllato da “ladrones” e quindi molto pericoloso. Ci saranno in seguito città più adatte per un tranquilla visita.

   

 

 

 

 

Quasi tutte le città fondate dagli spagnoli in America centrale e meridionale hanno la pianta quadrangolare con calles parallele da nord a sud intersecate da avenidas da est a ovest e in genere un indirizzo è composto, come nella battaglia navale dalle coordinate dei nomi o più spesso dalla numerazione delle vie. A Managua no.

   

 

 

 

 

A parte quelle principali, in questa città moltissime vie non hanno nome, quindi un qualsiasi indirizzo (di abitazione privata, hotel o negozio) fa riferimento ad un punto conosciuto da tutti, ad esempio l’hotel Los Felipe ha come indirizzo: Tica Bus 1 e mezzo calle al Abajo che significa letteralmente: a metà di una via a sud rispetto alla stazione della Tica Bus, facile no? Io mi sono integrato bene.

   

 

 

 

 

Dopo aver zigzagato un po’ troviamo un discreto comedor dove pranziamo. Il menù di questi ristorantini è simile in tutto il paese e comprende res (bue), cerdo (maiale) e pollo (pron.: pojo) che possono essere cucinati in quattro modi: encebollado, con cipolle e sugo, rostizado, alla brace, empanizado, cioè ricoperto con una pastella di uovo e pan grattato o frito simile al nostro arrosto in padella. Il tutto è accompagnato da patatine fritte o platanitas (banana verde tagliata sottile e fritta), insalata di verza e pomodori e riso al vapore al posto del pane che non sempre si trova e che bisogna comunque chiedere a parte. Il tutto a prezzi veramente irrisori.

 

La mattina dopo raggiungiamo in taxi (economico, con 10/15 cordobas, cioè un euro, si va da un capo all’altro delle città) il mercato Israel Lewites, da dove partono i bus per quasi tutto il paese. Una grande area è occupata da una baraccopoli variopinta dai tetti in lamiera dove si vende di tutto, dalla frutta tropicale alla carne, dai casalinghi agli indumenti, attrezzi agricoli, pezzi di ricambio e machetes, pesci di ogni dimensione freschi ed essiccati, ceste contenenti polli, granchi e crostacei. Molti banchetti offrono "refrescos", bustine di plastica con strani liquidi colorati dai vari sapori tenuti al fresco in bidoni di ghiaccio triturato, friggitorie di banane verdi, un’area è dedicata ai ristoranti dove aleggia nell’aria un miscuglio di odori…

 

 

 

 

La piccola zona dedicata ai prodotti artigianali, oltre a ciotole e vasi in terracotta, utensili in legno scolpito e monili in argento, comprende anche coccodrillini e pesci imbalsamati, orripilanti rospi essiccati disposti su piedistalli nell’atto di suonare (!) una chitarra o una tromba e portafogli ricavati da una rana intera che ti guarda con lo sguardo spento. Il rispetto per gli animali non esiste ma si sa la fame e il bisogno di denaro fa fare questo ed altro.

   

 

 

 

 

Raggiungiamo la parte esterna, un immenso piazzale con due o tre file di ex scuolabus per lo più gialli (almeno all’origine) sovraccarichi di lucine, decalcomanie e scritte, da religiose   Regalito de Dios, Jesus guarde este Bus a roboanti El Coguare, El Baqueano, alcuni tra i più scalcinati hanno una scritta involontariamente umoristica: Guarde Sustancia! Verniciati sulla carrozzeria o sulle vetrate ci sono anche il percorso e gli orari di partenza di ogni mezzo, che ci fa capire come ogni tratta abbia sempre lo stesso bus e sopratutto lo stesso autista.

   

 

 

 

 

Scopriamo che quello che verrebbe considerata da noi una insopportabile routine, qui ha senso: bisogna conoscere perfettamente il percorso ed i paesi da attraversare, non abbiamo mai visto un cartello di segnalazione, ma bisogna assolutamente conoscere tutte, dico tutte le buche della strada perché finirci dentro significherebbe lasciarvi almeno un semiasse o parte della carrozzeria.
Tutto questo è molto pittoresco, ma…c’è un ma. La maggior parte di questo popolo di venditori purtroppo è costituto da bambini e bambine come me,  queste ultime già col loro grembiulino ornato di pizzo e a piedi nudi…

   

 

 

 

 

Partiamo solo quando l’autobus è pieno, in barba all’orario impresso in modo indelebile sul vetro anteriore e ci accorgiamo subito di un’altra caratteristica del Nicaragua: la musica viene sparata ad altissimo volume attraverso casse acustiche che sono sicuramente l’attrezzatura più costosa di tutto il mezzo (la cosa più economica invece sono i freni…). La radio universalmente ascoltata dagli autisti in tutto il paese è Radio Romantica sui 102.500 Mhz, che trasmette Eros Ramazzotti che canta in spagnolo e Laura Pausini in italiano, !!!!!

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