Il nostro primo hotel, l'Hostal Moneda, era già stato prenotato dall'Italia tramite internet Questo albergo in relatà ha camere più spartane di quelle mostrate nel sito e neanche perfettamente pulite, ma offre una posizione centralissima a pochi metri dallo Zòcalo e dalla stazione della metropolitana.

 

 

 

 

Inoltre dalla terrazza ristorante si gode una bella vista della città e si mangia abbastanza bene a prezzi modici, infine l’abbondante colazione al mattino è compresa nel prezzo di circa 400 pesos. Dopo le 22 si trasforma in una specie di pub frequentato da viaggiatori indipendenti con musica, birra e spuntini.
Passato l’attimo di sconforto iniziale, dovuto anche alla stanchezza ed alla confusione per il diverso fuso orario, abbiamo apprezzato queste comodità e mi sento quindi di consigliarlo a chi abbia un minimo di adattabilità.

 

 

 

 

La capitale messicana, chiamata dai suoi abitanti El Defe (sta per D.F. cioè Distrecto Federal), è una megalopoli di quasi 40 milioni di abitanti che vivono in una città caotica con l’atmosfera pesantemente inquinata dagli scarichi delle industrie in periferia e delle automobili che intasano le strade in una perenne ora di punta, ma come ci ha detto un residente, “non moriamo come mosche, quindi in qualche modo è vivibile…”.

 

 

 

 

La zona centrale più interessante comunque è abbastanza circoscritta e si può facilmente visitare utilizzando la comoda metropolitana, gli onnipresenti autobus cittadini (i peseros) e le proprie gambe, evitando accuratamente i taxi dei quali tutte le guide parlano in termini quasi terroristici.

   

 

Abbiamo dedicato alla visita della città e dei suoi dintorni tre giorni, il primo dei quali ci ha visto circospetti e blindati come testuggini, tanto avevamo letto di furti, rapine e violenze, per poi scioglierci quasi subito, conquistati dalla cortesia e simpatia di tutte le persone con le quali entravamo in contatto.
Da sempre sostengo che un comportamento normalmente oculato, l’accortezza di non esibire denaro e oggetti di valore, ci pone al riparo dalle grinfie dei malintenzionati e anche la presenza di noi bambini rappresenta un importante deterrente.

   

 

Dopo aver sostato sullo Zòcalo, l’immensa piazza centrale (nella foto dall'alto si capisce perchè sia una delle più grandi al mondo) ai lati della quale si trovano la Cattedrale, il Palacio Nacional e i resti di un antico tempio Maya, il templo Mayor,

 

 

 
siamo andati a vedere i famosissimi reperti delle antiche civiltà preispaniche al Museo de Antropologia, dove è interessante il contrasto tra la modernissima struttura con soluzioni architettoniche geniali e il contenuto, tra cui svettano pezzi unici come il famoso calendario solare, le bellissime maschere di giada e le inquietanti teste olmeche.

 

 

 
Il museo è posto nel Bosque de Chapultepec, grande polmone verde della città dove si possono ammirare a qualsiasi ora del giorno i riti acrobatici dei voladores, che si lanciano nel vuoto appesi ad una corda, da un palo alto più di venti metri roteando lentamente fino a terra. Abbiamo incontrato anche poliziotti a cavallo con tanto di sombrero, che si sono prestati volentieri per una foto ricordo.

 

 

 
Siamo inoltre saliti in cima al grattacielo della Torre Latinoamericana da dove si comprende quanto Città del Messico sia sterminata ed inquinata. Intorno al nostro albergo ogni pomeriggio prendeva vita un grande mercato con merci di ogni genere, che si estendeva anche in una parte della piazza ospitando bancarelle dove si potevano gustare direttamente in strada gli alimenti più popolari come tacos, tortillas, polli, pannocchie di mais ecc. il tutto annaffiato dai refrecos (bibite alla frutta) e dalla Coca Cola di cui i messicani sembrano essere i maggiori consumatori al mondo.

 

 

 
Davanti l’entrata dell’hotel sostavano anche gli autisti di furgoni a nove posti, con uno dei quali abbiamo contrattato per 100 pesos a persona un’escursione di un'intera giornata nei dintorni della capitale, alle rovine azteche di Teotihuacan, al santuario di Nuestra Señora de Guadalupe e alla Plaza delle tres Culturas.

 

 

 
A Teotihuacan il primo impatto con le piramidi a gradoni è stato emozionante, tanto che, una volta scalati gli oltre 170 gradini della Piramide del Sole, anch’io come papà, ho allargato le braccia verso oriente per caricarmi di energia. Lo spettacolo offerto dal panorama e dalla visione globale del complesso, ripaga ampiamente la fatica ed il sudore versato.

 

 

 
Una volta usciti, per pranzare c’è la possibilità di andare nel famoso ristorante “La Gruta” ricavato all’interno di una grotta naturale, oppure di percorrere un paio di chilometri ed approfittare dei prezzi molto più economici richiesti dai numerosi “comedores” a conduzione familiare. Noi abbiamo optato per questa scelta e segnaliamo quello contrassegnato dal n. 9 dove si mangia bene e c’è un piccolo parco giochi per i bambini.

 

 

 
Un altro momento importante è stata la visita al santuario della Virgen de Guadalupe, il più venerato in tutta l’America Latina, anche qui con molti contrasti, dalla presenza delle due chiese, quella originale ispanico-barocca dissestata negli anni settanta dal peso della moltitudine dei fedeli accanto a quella moderna dall’architettura avveniristica capace di contenere migliaia di persone, alla presenza di devoti in lacrime o che percorrono in ginocchio l’immenso sagrato accanto agli innumerevoli negozi e bancarelle che vendono souvenir pacchiani e riproduzioni dell’immagine venerata su T-shirt, piatti, tazze e perfino… globi con la neve.

 

 

 
Nella Plaza de le Tres Culturas, dove convivono appunto le rovine di un tempio Azteco, una chiesa cristiana e moderni palazzi, mi ha colpito un’iscrizione che diceva: “In questo luogo è avvenuta la battaglia finale tra indios e spagnoli; non è stata né una grande vittoria, né una ignominiosa sconfitta, ma solo il doloroso inizio della mescolanza di popoli che è oggi il Messico. C’è da meditare su queste parole, sapendo anche che in questo luogo negli anni ottanta è stata repressa nel sangue la protesta della popolazione che chiedeva una maggiore giustizia sociale…

 

 

 
Il giorno successivo è stato dedicato all’arte, abbiamo passato bei momenti nel Parque di Coyoàcan, l’elegante e tranquillo quartiere coloniale, che ha visto nascere nel 1907 l’emblematica artista Frida Kahlo ed abbiamo potuto visitare la famosa Casa Azul, dove ella ha vissuto con l’altro grande pittore messicano Diego Rivera, di cui abbiamo potuto ammirare i grandi murales nel Palacio de Bellas Artes. E’ così rimasto solo un po’ di tempo per una camminata lungo il Paseo de la Reforma, il viale più alla moda della città e per una scorrazzata nel grande parco dell’Alameda Central, oggi percorso da vialetti ombrosi e ricco di fontane, ma che all’epoca coloniale era il triste luogo delle esecuzioni e torture pubbliche.

Murales di Diego Rivera