Tommaso e il Viaggio in Nicaragua

Tommaso e il Viaggio in Nicaragua

I PARTE

Partenza: aeroporto di Bologna 25 giugno 2002 volo Iberia, siamo in quattro, io (un piccolo veterano con già cinque viaggi sulle spalle: Azzorre, Turchia, Giordania, Cuba e Nepal), mia mamma, mio papà e Mattia il mio fratellone di 15 anni.
Arrivo a Managua lo stesso giorno alle 23.30 dopo circa 16 ore di volo e due scali

La temperatura è calda nonostante l’ora. In effetti questo periodo è la stagione delle piogge, con frequenti ma brevi acquazzoni specialmente di notte e una forte umidità dell’aria, comunque abbastanza tollerabile.
Dopo le procedure doganali piuttosto sbrigative e il pagamento di un “visto” di 10 dollari a testa, usciamo sul piazzale esterno e stranamente non veniamo assediati da un nugolo di tassisti vocianti come ci aspettavamo, ma solamente da qualche discreta richiesta; altri 10$ per il centro.

Percorriamo i tredici chilometri che ci separano dalla città guardando dai finestrini dell’auto i cartelloni pubblicitari dipinti a mano e i murales inneggianti al FLSN (partito sandinista) e al PLC (partito liberale ora al potere, grazie ai soliti Stati Uniti d,America); il tassista si ferma a un semaforo rosso ogni 5, ci facciamo portare all’hotel Jardin de Italia, nel quartiere centrale di Martha Quetzada perché è compreso nella scarna guida, l’unica in italiano, di cui siamo dotati e perché ci fa pensare a qualcosa di familiare… L’albergo, con la porta sprangata sembra chiuso, ma dopo aver bussato più volte ci apre una signora con la quale contrattiamo il prezzo di 30 dollari per due stanze con bagno e ventilatore (e niente altro a parte i letti). Dopo un paio d’ore la prima difficoltà: il mio orologino biologico è saldamente regolato sull’ora di Roma (+8 ore) e non ho sonno, gli altri sono stremati dal viaggio per cui tocca a papà raccontare storie e leggere Topolino fino alla mia resa. (dopo 2 ore)

Alle sei e mezzo tutti di nuovo in piedi, nel piccolo giardino dell’hotel la prima bella sorpresa: un colibrì vola di fiore in fiore succhiando nettare col lungo becco, sospeso nell’aria battendo le ali a velocità supersonica.

E’ ancora presto per la colazione, così Dimo, un meticcio che fa il fattorino nell’albergo ci cede la sua tazza di caffè nero… il prezzo? Un’ora e mezzo di prediche e consigli sui modi di salvare la nostra anima e letture di salmi, il tutto in uno spagnolo per noi ancora ostico da capire appieno. Finalmente alle otto, ci accompagna in un comedor (ristorantino familiare con due o tre tavoli) facciamo un’abbondante colazione a base di caffè, latte e toast con burro e marmellata, declinando l’offerta del “gallo pinto” (pron.: gajopinto) cioè riso con fagioli neri, la locale tipica colazione mattutina. Paghiamo in dollari (due) ricevendo i primi cordobas.

Facciamo quindi un giretto nelle calles vicine e scopriamo così l’hotel Los Felipe, che sarà il nostro albergo preferito a Managua..
A prima vista sembra un hotel costoso, per cui entriamo titubanti già decisi a dare solo un’occhiata, ma sorprendentemente ci viene proposta una camera a tre letti, perfetta per noi, a soli 25 dollari,  c’è un bel parco-giardino con una rigogliosa flora tropicale, pappagalli e scoiattoli e perfino un pavone. Un servizio internet che ci permette di salutare a casa.

C’è addirittura una piccola piscina per cui in meno di dieci minuti ci siamo già trasferiti, ma le sorprese non sono ancora terminate: nell’hotel gira libero e tranquillo un ocelot di sei mesi delle dimensioni di un cane di media taglia; vorrei prenderlo in braccio come faccio con la gatta di casa, ma qualche ruggito sordo mi consiglia di lasciar perdere  Si chiama Danièl, (come Daniél Ortega, il capo del partito sandinista) ed è stato trovato orfano nei dintorni di Matagalpa.

A metà mattinata facciamo la prima uscita alla scoperta della capitale. Managua è una città di oltre un milione di abitanti, distrutta più volte da terremoti (l’ultimo molto forte nel 1972 con oltre 6000 vittime) priva quindi di un vero centro storico e ricresciuta disordinatamente senza un’anima. Si affaccia su un grande lago (lago di Managua) senza una spiaggia (l’acqua è così inquinata che un bagno sarebbe letale). Dall’alto l’acqua è ancora più sporca.

Si può visitare ciò che rimane del centro in una mezza giornata, praticamente alcuni palazzi governativi futuribili e la vecchia Cattedrale semidistrutta dal sisma e chiusa. Noi riusciamo ad entrarvi per pochi minuti con un operaio il quale ci spiega che la ricostruzione richiederebbe uno stanziamento di 5 milioni di dollari, altamente improbabile in un paese col reddito pro capite di poche centinaia di dollari.

Vicino alla Cattedrale, in stile neoclassico, ci sono il Palacio Nacional, sede del Parlamento, il teatro Ruben Dario intitolato al maggior poeta nicaraguese morto alcolizzato e alcuni palazzi ministeriali con improbabili pareti a specchio o dorate, costruiti di recente. Completano il “centro storico” la piramide dell’hotel Intercontinental, punto di riferimento primario e il monumento a Cesar Augusto Sandino

Siamo quindi andati in banca per cambiare i primi cento dollari (1420 cordobas), in contanti ovviamente, in quanto i traveller cheques richiedono il pagamento di un’alta commissione e non sempre vengono accettati, le carte di credito, quando riconosciute sono anch’esse sottoposte a commissioni da rapina e l’euro poi….mai visto!

Entrare nelle banche può essere un’esperienza devastante, innanzitutto hanno il portone chiuso, bisogna oltrepassare un piccolo esercito di vigilantes con mitragliatori e fucili a pompa (che sono onnipresenti, davanti a qualsiasi ufficio, magazzino o negozio) e all’interno la temperatura dell’aria condizionata è talmente bassa rispetto alla calura esterna da essere quasi dolorosa…

Comunque scopriamo presto che se ne può tranquillamente fare a meno, vicino ai mercati ci sono i cambiavalute, cosiddetti coyotes, che a tutte le ore del giorno offrono cambi in linea con quelli ufficiali, si riconoscono perché hanno sempre in mano una grossa mazzetta di denaro che agitano in continuazione. Ma attenzione alle truffe

Dopo esserci “descanzados” seduti all’unico tavolino di un chiosco bevendo coca cola, cerchiamo di visitare un mercato, ma chiedendo informazioni sulla strada da percorrere, un gentilissimo vigilante ci dissuade in quanto il quartiere da attraversare era controllato da “ladrones” e quindi molto pericoloso. Ci saranno in seguito città più adatte per un tranquilla visita.

Quasi tutte le città fondate dagli spagnoli in America centrale e meridionale hanno la pianta quadrangolare con calles parallele da nord a sud intersecate da avenidas da est a ovest e in genere un indirizzo è composto, come nella battaglia navale dalle coordinate dei nomi o più spesso dalla numerazione delle vie. A Managua no.

A parte quelle principali, in questa città moltissime vie non hanno nome, quindi un qualsiasi indirizzo (di abitazione privata, hotel o negozio) fa riferimento ad un punto conosciuto da tutti, ad esempio l’hotel Los Felipe ha come indirizzo: Tica Bus 1 e mezzo calle al Abajo che significa letteralmente: a metà di una via a sud rispetto alla stazione della Tica Bus, facile no? Io mi sono integrato bene.

Dopo aver zigzagato un po’ troviamo un discreto comedor dove pranziamo. Il menù di questi ristorantini è simile in tutto il paese e comprende res (bue), cerdo (maiale) e pollo (pron.: pojo) che possono essere cucinati in quattro modi: encebollado, con cipolle e sugo, rostizado, alla brace, empanizado, cioè ricoperto con una pastella di uovo e pan grattato o frito simile al nostro arrosto in padella. Il tutto è accompagnato da patatine fritte o platanitas (banana verde tagliata sottile e fritta), insalata di verza e pomodori e riso al vapore al posto del pane che non sempre si trova e che bisogna comunque chiedere a parte. Il tutto a prezzi veramente irrisori.

La mattina dopo raggiungiamo in taxi (economico, con 10/15 cordobas, cioè un euro, si va da un capo all’altro delle città) il mercato Israel Lewites, da dove partono i bus per quasi tutto il paese. Una grande area è occupata da una baraccopoli variopinta dai tetti in lamiera dove si vende di tutto, dalla frutta tropicale alla carne, dai casalinghi agli indumenti, attrezzi agricoli, pezzi di ricambio e machetes, pesci di ogni dimensione freschi ed essiccati, ceste contenenti polli, granchi e crostacei. Molti banchetti offrono “refrescos”, bustine di plastica con strani liquidi colorati dai vari sapori tenuti al fresco in bidoni di ghiaccio triturato, friggitorie di banane verdi, un’area è dedicata ai ristoranti dove aleggia nell’aria un miscuglio di odori…

La piccola zona dedicata ai prodotti artigianali, oltre a ciotole e vasi in terracotta, utensili in legno scolpito e monili in argento, comprende anche coccodrillini e pesci imbalsamati, orripilanti rospi essiccati disposti su piedistalli nell’atto di suonare (!) una chitarra o una tromba e portafogli ricavati da una rana intera che ti guarda con lo sguardo spento. Il rispetto per gli animali non esiste ma si sa la fame e il bisogno di denaro fa fare questo ed altro.

Raggiungiamo la parte esterna, un immenso piazzale con due o tre file di ex scuolabus per lo più gialli (almeno all’origine) sovraccarichi di lucine, decalcomanie e scritte, da religiose   Regalito de Dios, Jesus guarde este Bus a roboanti El Coguare, El Baqueano, alcuni tra i più scalcinati hanno una scritta involontariamente umoristica: Guarde Sustancia! Verniciati sulla carrozzeria o sulle vetrate ci sono anche il percorso e gli orari di partenza di ogni mezzo, che ci fa capire come ogni tratta abbia sempre lo stesso bus e sopratutto lo stesso autista.

Scopriamo che quello che verrebbe considerata da noi una insopportabile routine, qui ha senso: bisogna conoscere perfettamente il percorso ed i paesi da attraversare, non abbiamo mai visto un cartello di segnalazione, ma bisogna assolutamente conoscere tutte, dico tutte le buche della strada perché finirci dentro significherebbe lasciarvi almeno un semiasse o parte della carrozzeria.
Tutto questo è molto pittoresco, ma…c’è un ma. La maggior parte di questo popolo di venditori purtroppo è costituto da bambini e bambine come me,  queste ultime già col loro grembiulino ornato di pizzo e a piedi nudi…

Partiamo solo quando l’autobus è pieno, in barba all’orario impresso in modo indelebile sul vetro anteriore e ci accorgiamo subito di un’altra caratteristica del Nicaragua: la musica viene sparata ad altissimo volume attraverso casse acustiche che sono sicuramente l’attrezzatura più costosa di tutto il mezzo (la cosa più economica invece sono i freni…). La radio universalmente ascoltata dagli autisti in tutto il paese è Radio Romantica sui 102.500 Mhz, che trasmette Eros Ramazzotti che canta in spagnolo e Laura Pausini in italiano, !!!!!

II PARTE

Percorriamo i 95 chilometri del percorso in appena tre ore, allietati dalla presenza di un predicatore di non so quale setta evangelica che ci ammonisce tutti minacciando i più severi castighi divini per un gran numero di peccati. Durante il viaggio vediamo uno dei tanti vulcani attivi, il Momotombo con un pennacchio di fumo che sale perennemente dal cratere.

Siamo a Leòn poco prima dell’ora di pranzo, quindi adottiamo subito la nostra usuale tecnica per trovare una sistemazione: entriamo in un caffè, ci piazziamo ad un tavolo con tutta la nostra roba e mentre ordiniamo qualcosa da bere, io e papà andiamo a vedere gli alberghi vicini e senza l’affanno delle valigie contrattiamo una camera..

Al primo tentativo troviamo un ottimo hotel vicino al centro, ma con un prezzo un po’ eccessivo (50$), quindi ci dirigiamo alcune calles più a nord dove troviamo un albergo un po’ tetro con il soffitto e le pareti della camera dipinte di blu, ma c’è il bagno con acqua calda, ventilatore e giardino, inoltre si trova nei pressi di un mercato con tanto di coyote (cambiavalute) all’angolo e vari comedores dove mangiare; è perfetto. Il prezzo? Poco più di 11 dollari a notte, affare fatto, l’hotel Avenida è nostro.

L’attuale città è lontana 32 chilometri dalla prima Leòn fondata dagli spagnoli, Leòn Vejo fu completamente distrutta nella prima metà del 1600 da un terremoto causato dall’eruzione del vulcano alle pendici del quale sorgeva. La visita alle rovine fa capire come la forza della natura può facilmente distruggere tutto, praticamente nessuna costruzione rimasta arriva al metro e mezzo…

L’attuale città sempre a pianta rettangolare concentra i luoghi d’interesse intorno al Parque central, una bella piazza alberata dove si svolge gran parte della vita sociale, circondata da alcuni piacevoli edifici pubblici in stile coloniale e su un lato dall’imponente Cattedrale Metropolitana che sembra sia la più grande dell’America Centrale. All’interno riposano le spoglie del poeta Ruben Dario, morto alcolizzato in una strada limitrofa.

Nel pomeriggio inoltrato traffichiamo un po’ con i venditori di CD e i lustrascarpe (bambini!) in cerca di lavoro nonostante noi avessimo scarpe sportive e sandali. Bisogna riconoscere che in tutto il Nicaragua, non saremo mai importunati pesantemente da orde di venditori particolarmente insistenti.

Leòn è una delle città che si sono maggiormente distinte nella partecipazione alla rivoluzione sandinista ed è stata poi severamente “tartassata” per questo, ma ancora oggi si respira, girovagando per le vie centrali un’atmosfera quasi da “comune”, nello sguardo della gente si legge cordialità e solidarietà.
Arriva la sera e prepariamo i costumi da bagno, domani faremo il nostro primo giorno di spiaggia.

La mattina seguente un vecchio scuolabus ci aspetta per il trasferimento sulla costa, e mentre si riempie di passeggeri, cominciamo a notare un caratteristico accessorio delle donne nicaraguensi: un piccolo asciugamano di tela che viene portato sempre in mano, serve a detergere il sudore dalla fronte o a pulire i sedili impolverati, ma soprattutto viene tenuto in mano quasi come un rosario, probabilmente dà sicurezza come fosse la coperta di Linus.

Gli uomini invece si danno sicurezza con l’onnipresente machete, un coltellaccio lungo quasi un metro, anche se poi i nicaraguensi sono tranquillissimi, quasi timidi nei confronti degli stranieri, ben disposti a fornire aiuti ed indicazioni sforzandosi di capire e farsi capire. Quello che noi vediamo come un’arma è per loro solo uno strumento utile in svariati campi, dai lavori di campagna alla pulizia delle strade o nell’edilizia e anche per tagliare e ripulire le noci di cocco.

Il paesaggio comunque è stupefacente e rigoglioso, palme altissime, piantagioni di banani e mais, agglomerati di capanne con i tetti di foglie, uccelli di vari colori, pappagalli e maialini scorrono lentamente dai finestrini tra continue fermate che contribuiscono a riempire il bus fino quasi a scoppiare.

Alla fine arriviamo a Las Peñitas, (20 km da Leon), il colpo d’occhio è notevole. Per una lunghezza di un paio di chilometri si stende davanti a noi una distesa di sabbia larga almeno cinquanta metri, delimitata da boschi di mangrovie e dall’oceano Pacifico fino all’orizzonte. Sulle onde volano alla ricerca di pesci, gabbiani ed eleganti fregate nere come l’inchiostro, ogni tanto passano lentamente tre o quattro grossi pellicani in formazione. La spiaggia è completamente deserta.

Ci liberiamo dei vestiti e facciamo subito un tuffo tra le onde, l’acqua è fresca e pulitissima e dopo giornate di caldo umido con le magliette attaccate alla pelle, non ci sembra vero di poterci refrigerare. In questa zona però la corrente è abbastanza forte tanto che per contrastare il riflusso delle onde piantiamo mani e piedi nel basso fondale sabbioso.

All’ora di pranzo scopriamo la versione marinara del menù tipico locale; i modi di cottura sono sempre gli stessi (rostizado, encebollado, empanizado ecc.), ma compare il pescado, in genere un grosso dentice dalla carne saporita, i camarones, ovvero i gamberoni e l’eccezionale aragosta che cucinata e preparata con contorni e riso costa solamente 7 dollari!

La prossima tappa è Pochomil che non è un villaggio o una città, ma semplicemente una rotatoria vicino ad una enorme spiaggia, intorno alla quale sono cresciute alcune caffetterie, dei ristoranti specializzati in pesce, un emporio e un solo albergo, l’hotel Altamar buono ed economico , è su una collinetta, ha un bel giardino con alte palme e una scalinata che dà direttamente sulla spiaggia;

Una volta sistematici in albergo, andiamo subito in spiaggia dove ci hanno preparato un tavolo sotto le palme vicinissimo alla riva e dove rimaniamo tutta la giornata dopo aver gustato un superbo pranzo a base di dentici ed aragosta sempre a prezzi da saldo. Dal ristorante (che scopriremo essere uno dei migliori di tutto il Nicaragua) si gode una splendida vista.

Pochomil un insieme di tre spiagge lunghe complessivamente 5 chilometri, la più bella delle quali è Montellimar, dove sorge la faraonica ex villa del dittatore Somoza. Dopo la vittoria dei sandinisti, la residenza venne adibita a luogo di relax per i guerriglieri, finché nel 92 il nuovo governo la vendette per 5 milioni di dollari al gruppo Barcelò che la fece diventare un complesso turistico. che anche noi siamo andati a visitare, ma all’entrata ci chiedono 40 $ solo per attraversare la loro spiaggia. Quindi dopo un bel saluto ai ladrones, iniziamo la nostra passeggiata un chilometro dopo, passate le recinzioni dell’hotel.

Tra Montellimar e Pochomil attraversiamo il villaggio di Masachapa con la spiaggia disseminata di pangas, barche strette e lunghe con le quali ogni mattina i pescatori sfidano le onde dell’oceano e possiamo così vedere il rientro di un paio di queste, cariche di grossi pesci che sono venduti direttamente sulla riva.

La mattina seguente dobbiamo prendere un paio di autobus per raggiungere la cittadina di Rivas, il punto di imbarco per andare sull’isola di Ometepe, in mezzo al lago più grande del paese, appunto il lago de Nicaragua.

III PARTE

Nel viaggio di trasferimento in bus ci capita di assistere a come,  in un paese dove il machismo regna,  la presenza di quattro transessuali crei un insieme di ilarità e battute pesanti di tutti i passeggeri (donne incluse). Le quattro poverette se ne stanno quasi accucciate in due sedili, in silenzio ma affermando dignitosamente il loro diritto alla diversità, ma la strada da percorrere è purtroppo ancora molta.

Scendiamo poco dopo ad un incrocio dove passerà l’autobus per Rivas. Il tempo che minaccia pioggia ci induce a sperimentare un altro mezzo di trasporto, che la nostra guida sconsiglia vivamente. Invece dell’autobus “di linea”, saliamo su un pulmino a nove posti dove stiamo in quindici stretti come sardine, con gli zaini quasi in bocca e lanciati a forte velocità sulla strada dissestata.

Facciamo in tempo a pranzare in un rustico comedor prima di prendere il lento battello di legno che sbuffando, dopo un ora di navigazione ci porta sull’isola, nella cittadina di Moyogalpa. Nella lingua degli indios che per primi la abitarono, Ometepe significa “due montagne”, con riferimento ai due vulcani che la formano, uno dei quali, il Concepcìon, ancora attivo.

Quasi tutto il suo territorio è stato dichiarato zona protetta e sono stati istituiti ben quattordici parchi naturali, la flora tropicale è rigogliosissima e la fauna comprende oltre al resto, le inquietanti scimmie urlatrici, diverse specie di pappagalli e il mot-mot, l’elegante uccello blu dalla lunga coda simbolo del Nicaragua.

Sperimentando la cattiva qualità dell’unica strada che percorre tutta l’isola formando un otto, arriviamo un’ora dopo ad Altagracia, dove ci sistemiamo in pieno centro, all’hotel Castillo che per 10 dollari ci fornisce camera con due letti matrimoniali, bagno e ventilatore, un discreto ristorante dai prezzi modici e la connessione internet che ci permette di comunicare con i nostri familiari in attesa di notizie.

La cittadina è piccola e tutta concentrata intorno al parco centrale, dove maialini scuri e pelosi pascolano tra un’altalena e gli scivoli arrugginiti, e alla bella chiesa in legno nel giardino della quale vi sono, quasi sul ciglio della strada due grandi statue precolombiane che rendono il luogo surreale.

Noi bimbi, poco inclini alle camminate, riusciamo soltanto a fare una visita alla Hacienda Magdalena, una grande fattoria che funziona come una comune, nata ai tempi della rivoluzione, dove si possono fare escursioni alle piantagioni di cacao e di caffè, gite a cavallo in cerca di antiche iscrizioni e dove si può anche pernottare in pittoresche camerate.

Dedichiamo un po’ di tempo anche ai bagni, dopotutto siamo su un isola, così scopriamo la bellezza di playa Santo Domingo, larga e ornata da una vera e propria foresta di palme dove incessanti si sentono le grida dei pappagalli.

Nel pomeriggio una grossa mandria di bovini viene ad abbeverarsi nelle acque del lago a qualche decina di metri da noi, l’atmosfera è magica. A malincuore abbandoniamo questa isola felice e ci dirigiamo a Granada, la città coloniale meglio conservata del Nicaragua. Ormai, da veri esperti ci muoviamo nell’intricato sistema dei trasporti locali e dopo circa due ore suddivise tra barca, bus e taxi arriviamo in questa città.

Importante centro mercantile prima dell’apertura del canale di Panama, Granada ricca e sfarzosa è stata più volte assaltata da corsari del calibro di Henry Morgan fino a diventare territorio indipendente sotto il filibustiere William Walker che la occupò finché, nel 1854, fu costretto a fuggire mettendola a ferro e fuoco, tanto che le facciate delle chiese ancora oggi sono annerite dal fumo.

Oltre al primato economico e commerciale, la città vanta una notevole vivacità culturale, è qui infatti che negli anni venti nasce il movimento letterario “Vanguardia” e molti poeti e scrittori, tra tutti Ernesto Cardenal, sono granadesi. Oggi è una piacevole e tranquilla cittadina, la terza del paese, con il suo Parque Central, gli edifici pubblici in stile neoclassico o tipicamente coloniali ben tenuti, la Cattedrale all’interno della quale si può vedere una della rare rappresentazioni di Dio in persona, con tanto di aureola triangolare.

Dalla piazza parte la Calzada, il viale che arriva fino al lago, dove sono concentrati tutti gli alberghi economici e i ristoranti migliori. Proprio lì, a due passi dalla piazza, troviamo l’hotel Cocibolca, 14 dollari a camera, grande patio interno con giardino, internet e ottima cucina.

Oltre ai soliti giri in città, faremo da qui una escursione a Masaya, il centro artigianale dove si possono trovare a buon prezzo manufatti in terracotta, legno e pellame provenienti da tutto il paese.

La sera dopo una buona pizza da Don Luca, un ingegnere italo-svizzero convertitosi in pizzaiolo e proprietario dell’omonimo ristorante a due passi dall’albergo,
notando un certo movimento e sentendo musica latina, c’imbattiamo in una festa con tanto di musica dal vivo. Qui ne combino di tutti i colori : prima metto un piede in un formicaio subendo un attacco da queste piccole ma mordaci bestiole, poi distruggo un faro del palco lasciando il gruppo al buio proprio mentre eseguivano Nicaragua nicaraguita.

La nostra tappa successiva sono i Caraibi. Ritorniamo nella capitale per prendere un volo interno che ci porta sull’isola di Corn Island. Un altro modo per raggiungere la costa atlantica, è prendere un autobus che in 12 ore arriva fino a El Rama da dove ci si imbarca su una lancia che via fiume raggiunge Bluefields sulla costa, da dove si arriva a Corn Island in battello.

Corn Island, ex rifugio di pirati, contornata da baie sabbiose che compongono i suoi cinque chilometri di spiagge, è oggi abitata da circa 2500 persone, in gran parte neri garifuna discendenti degli schiavi africani fuggiti o naufragati durante il trasporto in nave. Gli abitanti preferiscono parlare l’inglese caraibico, dalla cadenza musicale; sembra così di essere lontani migliaia di chilometri dal resto del Nicaragua.

Qui la zona più bella è Picnic Beach, una baia da cartolina contornata da palmizi dove, direttamente sulla spiaggia, ci sistemiamo al Picnic Center, una tipica costruzione caraibica in legno tra le palme da cocco, al costo di 30 dollari per una grande camera con aria condizionata. Anche qui siamo gli unici turisti e per un po’ di giorni ci godiamo questo paradiso tutto per noi.

Trascorriamo così giorni praticamente sempre in costume da bagno, con l’unica incombenza di spruzzarci ogni tanto di Autan, per allontanare i sandflies, specie di moscerini fastidiosissimi, che fanno la loro comparsa nel pomeriggio. Io mi diverto a cacciare i grossi granchi grigi con chele gigantesche mentre i miei si dedicano al loro hobby preferito : pasteggiare a base di dentici alla griglia e di aragoste.

La sera rilassandoci alla vista del tramonto, la passiamo spesso a chiacchierare con Alex, l’unico italiano residente, proprietario di un piccolo hotel, “La Princesa de la Isla”, approdato qui una decina di anni fa e mai ripartito, e con Paula, un’altra italiana che gestisce un ristorantino sulla spiaggia a Little Corn Island.

Percorso
Purtroppo è ora di tornare a casa. Rimangono i ricordi di un giro bellissimo dove l’umanità delle persone incontrate è stata la cosa più bella.

Consigli
Il materiale assolutamente da avere nello zaino comprende abbondante scorta di Autan, un grosso tubo di spray insetticida e una torcia elettrica.

Cosa ci siamo persi
A causa di imprevisti disservizi sui trasporti non siamo potuti andare all’estremo sud ai confini del Costa Rica per vedere San Carlos e le splendide isole Solentiname e per mancanza di tempo non siamo andati nel posto di mare più bello e famoso del Nicaragua e cioè San Juan del Sur

Cosa non fare
Le escursioni alla bocca dei vulcani ancora attivi, per noi bambini è una passeggiata un po’ pesantuccia; la risalita del rio Escondido dalla costa Atlantica, per rischio di malaria e dengue; la parte nord del paese non perfettamente controllata dal governo dove sono presenti bande di ex contras convertitesi al brigantaggio.

Siti utili al viaggio:

  • Ufficio Turistico Nicaragua
  • Enicaragua
  • Nicatour

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